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determinare se l'uno o l'altro dei due padri abbia sdegnato di legger Persio. S. Ambrogio, come meno erudito negli studi classici del suo coetaneo, impigliato per avventura nelle difficoltà del satirico latino, potrebbe essersene stancato a segno da buttarlo lungi da sè; ma chi ne' suoi scritti andasse cercando alcun indizio d'un atto simile d'impazienza, riporterebbe la convinzione ch'egli non ha dato il più piccolo appiglio alla immaginazione dei steri, perché si sbizzarrisse alle sue spalle. Il racconto avrà quindi l'origine di tanti altri dello stesso e di peggior genere, inventati dal medio evo, se pure non sarà stato il Vigenere il primo a dargli corso.

La natura focosa di S. Girolamo, di cui è notissimo il detto parce mihi, Domine, quia Dalmata sum e di cui son famose le lotte con Gioviano, con Vigilanzio e l'inimicizia irreconciliabile con Ruffino, doveva acquistar credito all'aneddoto, che si diffuse e giunse, come s'è veduto, fino ai nostri giorni. Sul nome di S. Ambrogio si fece silenzio, e non si parlò che di S. Girolamo, più autorevole di lui: da principio i racconti eran due forse, come si presentano nel Lubinus e nel Vigenere, ma poi si confusero per gran parte dei critici in uno, sia per la loro grande somiglianza, sia per la contemporaneità e l'amicizia dei due personaggi a cui si riferivano: e quest' uno, quale lo abbiamo nell'ultima versione, se si fa eccezione per il Cantù e il Nisard, è lo stesso del Lubinus, con la sola differenza del nome. Regna quindi non piccola confusione circa il modo onde vien fatto il racconto, e tal confusione, che incomincia fin dai primi tempi in

cui si divulgò, deve aver non poco peso fra le ragioni che mettono in guardia il critico contro una voce infondata. Ma le ragioni che la dimostrano evidentemente infondata ci vengono somministrate in larga misura da S. Girolamo stesso ne' suoi scritti. Alcuno vorrebbe vedere fin nel suo stile un'imitazione del satirico latino (21); ma se gli si avvicina da un lato per una certa sostenutezza e gravità, nonchè per l'acerbità con cui combatte gli avversari, dall'altro si scosta da lui per maggiore facilità e spontaneità. Lo imitò invece appropriandosi molti de' suoi pensieri, per modo che le lettere di S. Girolamo offrono una quantità di reminiscenze di Persio; il che non potrebbe essere, s'egli avesse aborrito dal leggerlo, come troppo difficile. L'unica supposizione che resterebbe da farsi a chi intendesse d'affermare l'autenticità del racconto, sarebbe che a S. Girolamo sia avvenuto, prendendo a legger Persio, come all’ Alfieri la prima volta che gli capitò fra mano il Della Casa (22): l'avversione subitanea si sarebbe mutata col tempo in istima e riverenza.

Ma che cosa giustificherebbe una tale supposizione? In nessun periodo della sua vita, a cui si riferiscano le sue lettere, egli mostra d'ignorare le satire del Nostro, poichè ne contengono reminiscenze anche le lettere prime per tempo. I passi che nelle lettere di S. Girolamo rivelano reminiscenze di Persio e che mi venne fatto di trovare sono i seguenti, che reco a lato del luogo di cui si presentano imitazione (23):

«Quod si in descriptione foedorum semper irasceris, iam tibi cum Persio cantabo: Optent te generum rex et

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regina, puellae te rapiant, quicquid calcaveris, hoc rosa fiat » (24). Le parole del poeta satirico sono le stesse, e così la disposizione:

Hunc optent generum rex et regina, puellae
Hunc rapiant; quidquid calcaverit, hoc rosa fiat (25).

« Sed illa est vera inter amicos reprehensio; si nostram peram non videntes, aliorum (iuxta Persium) manticam consideremus » (26). Questo luogo si riferisce al seguente, di cui però non è fedele imitazione :

Ut nemo in sese temptat descendere, nemo,
Sed praecedenti spectatur mantica tergo (27).

Che se S. Girolamo non ci avvertisse d' averlo tolto da Persio, saremmo tratti a ritenerlo piuttosto suggerito dalla nota favola di Esopo. Nunc in medio constitutus elemento nec regredi valeo,

nec regredi possum (28).

L'idea è uguale a questa espressa dal Nostro, parlando del discinctus Natta :

et alto

Demersus, summa rursus non bullit in unda (29).

Più che l'emistichio di Orazio nell' Ep. ad Pisones, cereus in vitium flecti (30), pare imiti i versi di Persio il passo seguente: Mollis cera, et ad formandam facilis, etiam si artificis et plastae cessent manus, tamen virtute totum est, quidquid esse potest (31).

Udum et molle lutum es, nunc nunc properandus, et acri
Fingendus sine fine rota (32).

Alii adducto supercilio, grandia verba trutinantes, inter mulierculas de sacris litteris philosophantur (33). Questa pittura richiama alla mente l'altra che ci pone dinanzi gli aerumnosi Solones

Obstipo capite et figentes lumine terran,
Murmura quum secum et rabiosa silentia rodunt,
Atque exporrecto trutinantur verba labello (34).

in tantam venit opinionem eloquentiae, ut soleant dicta eius cirratorum esse dictata (35). Il cirratorum esse dictata è tolto di pianta dal verso:

Ten cirratorum centum dictata fuisse
Pro nihilo pendas (36) ?

Possum geminum dentem laesum infringere (37), ricorda l'espressione più forte:

et genuinum fregit in illis (38). Alii sublatis in altum humeris, et intra se nescio quid cornicantes, stupentibusque in terram oculis tumentia verba trutinantur (39). Qui ci si presenta una seconda volta l'imitazione del v. 83, s. III, oltre all'imitazione del verso :

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Nescio quid tecum grave cornicaris inepte (40).

Si subito respexeris, ant ciconiarum deprehendes post te colla curvari, ant manus auriculas agitari asini, aut aestuantem canis puotendi linguam (41). Ecco il luogo

da cui asserisce il Monti che sia tolto il pensiero di S. Girolamo:

O lane, a tergo quem nulla ciconia pinsit,
Nec manus auriculas imitata est mobilis albas,
Nec linguae, quantum sitiat canis appula, tantum (41)?

Ego te, inquit, intus et in cute novi. Noli respicere phaleras et nomina vana Catonum (43). Questo luogo risponde al seguente:

Ad populum phaleras. Ego te intus et in cute novi (44).
Hic aliqua cui circa humeros hiacyntina laena est
Rancidulum quiddam balba de nare locutus
Perstrcpit ac tenero supplantat verba palato (45).

Di S. Girolamo qui non c'è altro che aliqua per aliquis ; il resto è tutto di Persio (46).

Non necesse habes aurum in luto quaerere (47).

Il concetto medesimo ci si presenta nel verso :
Inque luto fixum possis transcendere nummum (48)?.

Memento semper diem mortis; et numquam peccabis. Disertissimique praeceptum Satyrici : Vive memor leti; fugit hora; hoc, quod loquor, inde est (49). Il verso è tal quale lo incontriamo in Persio (50), autore citato da San Girolamo tanto, quanto, in proporzione, nessun altro poeta o prosatore pagano. E si noti che i versi delle sei satire non sommano più che 650, che le reminiscenze da me riportate riguardano in gran parte punti dei più scabrosi del poeta latino, che S. Girolamo in più luoghi ci dà versi

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